Vola l'export a gennaio e il made in Italy si pone addirittura alla testa della pattuglia europea con un +23,5%, due punti in più della Germania e dieci sulla Francia. Su questo dato ha fatto purtroppo premio, nelle titolazioni dei giornali, la notizia di un deficit da record della bilancia commerciale: tutto imputabile però alla bolletta energetica, che ha pesato per 5,8 miliardi (+ 1,9 miliardi) su un totale di 6,5. Insomma, piaccia o non piaccia e al netto del tema nucleare, affidato in questi giorni ad un dibattito che poco o nulla ha di razionale, si tratta di un dato sul quale riflettere: senza lo storico ritardo nell'indipendenza energetica a seguito di quel referendum, il nostro Paese avrebbe messo in fila in questi anni una impressionante sequenza di surplus commerciali grazie a un comparto industriale che compete con successo, anche se paga l'energia al prezzo più caro in Europa.
In gennaio l'export ha dunque fatto segnare una crescita globale di quasi il 25% rispetto allo scorso anno, ma con un dato particolarmente significativo sui mercati extra-Ue, un +31,5% (per un valore di 13,8 miliardi) che ci pone solo alle spalle della Germania. La tendenza alla crescita è confermata anche nel confronto con il mese precedente e anche qui l'export verso i Paesi fuori dall'Europa marcia a velocità doppia (+8,9% contro +4,3%). Già nel 2010 lo spostamento delle imprese italiane verso i Paesi che trainano la ripresa aveva portato al 70% il contributo al surplus commerciale del made in Italy.
Secondo uno studio di Intesa San Paolo, focalizzato sulla corsa dei vari comparti industriali verso il recupero di fatturato e ordini dopo la crisi, l'alimentare - uno dei settori più vivaci con le sue 6.500 aziende - ha annullato le perdite del 2009 e si avvia a crescere ancora grazie ai mercati di Usa, Canada e Australia. Altri settori che hanno già recuperato la caduta sono il farmaceutico e il largo consumo non alimentare, cioè prodotti per la casa e l'igiene personale. Il primo in particolare si segnala per essere stato in grado di attrarre investimenti esteri e l'Italia è diventata un vero e proprio hub per la produzione di farmaci per il Sud Europa. Più lento, anche se procede, il recupero degli altri settori industriali, a partire dalla meccanica.
In gennaio l'export ha dunque fatto segnare una crescita globale di quasi il 25% rispetto allo scorso anno, ma con un dato particolarmente significativo sui mercati extra-Ue, un +31,5% (per un valore di 13,8 miliardi) che ci pone solo alle spalle della Germania. La tendenza alla crescita è confermata anche nel confronto con il mese precedente e anche qui l'export verso i Paesi fuori dall'Europa marcia a velocità doppia (+8,9% contro +4,3%). Già nel 2010 lo spostamento delle imprese italiane verso i Paesi che trainano la ripresa aveva portato al 70% il contributo al surplus commerciale del made in Italy.
Secondo uno studio di Intesa San Paolo, focalizzato sulla corsa dei vari comparti industriali verso il recupero di fatturato e ordini dopo la crisi, l'alimentare - uno dei settori più vivaci con le sue 6.500 aziende - ha annullato le perdite del 2009 e si avvia a crescere ancora grazie ai mercati di Usa, Canada e Australia. Altri settori che hanno già recuperato la caduta sono il farmaceutico e il largo consumo non alimentare, cioè prodotti per la casa e l'igiene personale. Il primo in particolare si segnala per essere stato in grado di attrarre investimenti esteri e l'Italia è diventata un vero e proprio hub per la produzione di farmaci per il Sud Europa. Più lento, anche se procede, il recupero degli altri settori industriali, a partire dalla meccanica.
Dal sito http://www.ilquadernoazzurro.info/
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